Un conflitto come amico

di Patrizia Gherardi

Un conflitto come amico

Siamo inclini ad associare il conflitto ad eventi negativi, drammatici o quanto meno sgradevoli, eppure non sarebbe stato al centro dell’attenzione delle scienze sociali sin dai tempi antichi se non rivestisse un ruolo primario nel processo di comprensione delle società. Platone, Karl Marx, Talcott Parson, Ralph Dahrendorf, sono solo alcuni tra i molti che hanno elaborato un pensiero strutturato sul fenomeno “conflitto”. L’articolo si propone di focalizzare l’attenzione su un argomento spesso affrontato quando è troppo tardi per prevenirlo o dimenticato quando è risolto. Il conflitto di cui si parla è quello “sociale”, che si manifesta in opposizioni, spesso violente, tra gruppi, organizzazioni, comunità, in relazione al controllo delle risorse economiche, ma anche dei valori e del potere. Oggi non si può negare alcuni aspetti fondamentali che lo riguardano: esso investe tutti gli ambiti della vita umana; è inevitabile e ineliminabile per l’infinita varietà di opinioni, valori e interessi che coesistono; dal conflitto manifesto o latente, dagli scontri e dalle negoziazioni, si genera una tensione che obbliga a porre in essere azioni e reazioni che poso essere occasione di cambiamento e di sviluppo di ogni forma di progresso. Resta difficile credere di poter trarre insegnamento da eventi feroci e devastanti, mentre nelle società occidentali la mobilitazione del conflitto sembra placarsi. Africa, Asia, Medio Oriente, ma anche Europa, Americhe; la carta geografica degli scontri violenti attualmente in corso è impressionante. Se i fatti non fanno notizia non esistono e se fanno notizia è facile che questa diventi subito notizia vecchia, eppure le guerre ci sono e si protraggono.


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