Comunicare per conoscere - La conoscenza come terapia vs. il pregiudizio

La conoscenza è un insieme di linguaggi e di tecniche comunicative. Per quanto approssimata, per i nostri scopi la definizione sopra esposta è sufficiente. Ciò che infatti interessa sono le modalità con le quali comunichiamo con l’altro. Basta assistere ad uno degli innumerevoli forum televisivi per rifiutarne immediatamente lo svolgimento: sovrapporsi di voci, impossibilità di argomentare le posizioni che gli interlocutori sostengono, volgarità gratuite indirizzate al “nemico”, insomma uno spettacolo indecente. Non tanto un caos (sarebbe già una nobilitazione delle suddette trasmissioni), quanto una espressione conflittuale di meri flatus voci la cui unica distinzione consiste nei decibel raggiunti dai diversi partecipanti. Così la comunicazione si interrompe prima di iniziare. Cosa, vuol dire, infatti, comunicare? Basta scomporre il verbo e ci accorgiamo immediatamente che significa “mettere in comune”, condividere, cioè, un identico vocabolario, una identica grammatica, una identica sintassi, soprattutto i significati dei termini con i quali ci esprimiamo. Ma non basta: comunicare significa in primo luogo accettare l’altro, riconoscere la sua uguale diversità, da cui deriva la disposizione all’ascolto senza la quale siamo condannati al silenzio. Un’altra definizione di “comunicazione” potrebbe pertanto essere posta sotto la rubrica “esercizi di empatia”. Che non vuol dire accettare le posizioni dell’altro ma permettere anche all’altro di esporre le proprie ragioni. Tutto quanto precede assume una importanza rilevantissima quando il nostro interlocutore appartiene ad una cultura radicalmente diversa dalla nostra. Come è stato (e continua ad essere) il caso degli immigrati extra-comunitari. Di solito – quando ci rivolgiamo ad essi – usiamo i termini di integrazione/inclusione per indicare i processi che dovrebbero innescarsi per renderli cittadini del nostro Paese. Non poco è stato fatto a questo proposito. In modi diversi, infatti, il sistema scolastico italiano ha predisposto tutte quelle misure – dall’insegnamento della lingua italiana a forme di didattica facilitatrici dell’apprendimento – che si sono rivelate essenziali per l’integrazione sociale degli immigrati. Che non si risolve, tuttavia, nella semplice coabitazione in classe ma richiede ben altro. E’ comunque attraverso la scuola che si possono decostruire i linguaggi del razzismo che in questi ultimi tempi ha re-iniziato ad infestare le relazioni sociali fra autoctoni e stranieri. Non diversamente dal fenomeno del femminicidio, anche il razzismo è infatti un fenomeno culturale e come tale può essere decostruito. Per questo occorre prendere coscienza del fatto che anche la nostra è ormai una società multietnica e multiculturale per cui una comunicazione corretta, fondata sul rispetto dell’altro e la disponibilità al reciproco ascolto appare come l’unica via per diventare cittadini uguali nei diritti e nei doveri. Per usare una espressione coniata a suo tempo per descrivere la società nordamericana anche noi dobbiamo mirare a promuovere un melting pot; ciò che nel frattempo si è costituita per mia iniziativa può essere uno degli strumenti per realizzare quanto sopra auspicato. Di che si tratta? Della istituzione di una Università Popolare che con il nome di “Aligi Bruni” e il diretto coinvolgimento dell’Associazione Nazionale Sociologi sarà dedicata alla formazione la più ampia e differenziata possibile incentrata sulle discipline sociologiche, psicologiche e linguistiche con lo scopo di sensibilizzare le persone sui temi più rilevanti – come è quello della immigrazione – della società attuale. Cercheremo di seguire quanto affermava Benjamin Franklin:
Dimmi e io dimentico
Mostrami e io ricordo
Coinvolgimi e io imparo
Una didattica fondata dunque sull’esperienza diretta e il coinvolgimento, convinti come siamo che solo con la sollecitazione dell’interesse e la valorizzazione delle motivazioni individuali, la formazione può ottenere risultati significativi. Veniamo adesso all’articolazione di questo numero. Il focus è ben evidenziato dalla seconda copertina disegnata da Lido Contemori sociologo, artista e vignettista. Il “focus” con il quale iniziamo è dedicato al fenomeno dell’immigrazione. A questo scopo abbiamo intervistato il dr. Alberto Tassinari, ricercatore IRES, uno dei massimi esperti del fenomeno. Della sua intervista – lasciando al lettore il piacere di seguirne la descrizione/interpretazione del fenomeno offerta da Tassinari – ci piace comunque anticipare quello che a noi appare come l’argomento centrale sostenuto dall’autore, ovvero la differenza fra la percezione del fenomeno e la sua oggettività. Determinante il ruolo del sistema mass-mediatico che enfatizzando determinati comportamenti - assolutamente minoritari – dello straniero ha finito con il costruire un’immagine cui non corrisponde nessun dato raccolto dalle ormai numerose ricerche dedicate al fenomeno. Apre il focus Andrea Spini con una breve riflessione sulla costruzione del pregiudizio in generale e di quello relativo all’immigrato in particolare; Cheli Enrico tratta degli studi sulla pace e sul conflitto dove quest’ultimo è connesso alle culture e alle religioni e che necessita di una forte conoscenza delle dinamiche comunicativo -relazionali per la sua risoluzione. Segue Marina Morganti che mostra l’importanza di rendere leggibile il linguaggio simbolico e culturale dell’altro al fine della malattia e della cura. L’intervento di Patrizia Gherardi propone la religiosità, di qualunque tipo sia, come condizione interiore da coltivare ma anche come propulsore per stimolare la diversità, soprattutto oggi. Segue Sabrina Gatti che affronta le molteplici variabili da cui dipende un vero processo di integrazione. Non manca una riflessione di Emma Viviani sull’argomento immigrazione identificata come un rapporto uomoambiente in un mondo globalizzato e caratterizzato dal “finanzcapitalismo” che non ha rispetto di nessuno. Chiude il nucleo monotematico un articolo di Federico Bilotti che evidenzia la storia delle migrazioni sottolineando l’importanza della stessa nel cambiamento e nei modi di vivere delle società moderne . La sezione Varia Umanità si apre con l’intervento di Martina Paolini che mette in risalto la figura femminile sottolineandone il superamento di ruoli e stereotipi acquisiti nel tempo. Segue un contributo di Roberta Stefanelli dedicato alla relazione adottiva con tutti i risvolti positivi e negativi. Milena di Vito affronta il tema dell’alimentazione oggi sempre più attuale in questo iperconsumismo . Massimilano Gianotti analizza il fascino della divisa, dei tratti caratteristici psicologici e sociologici da parte di chi la indossa e da chi la vede indossata . Segue un contributo di Sergio Teglia sul tema dell’affido con le relative complicanze per il ragazzo e per la famiglia affidataria. Milica Djukic riporta una sua esperienza di volontariato su ex detenuti attestando l’importanza di offrire giusti “stimoli” e modelli di vita per recuperare prima – meglio- che dopo, nel carcere, il deviante. A seguire , informazioni sulla nostra Università Popolare di Pistoia. Vincenzo Cerrone propone una riflessione sul crimine in tv sempre più trattato e spettacolarizzato dai media. Giuseppe Fasulo propone lo “storytelling” come strumento di narrazione nella formazione e nel marketing . Sempre sulla formazione un contributo di Ilaria Morittu e Salvatore Marco Ponzio che tende ad evidenziare l’insegnamento della filosofia legata alla realtà e stimolo ad una visione critica del nostro quotidiano. Chiudono la rivista: ANS INFORMA di Antonio Polifrone con la cronaca della giornata che ha visto la cerimonia di premiazione della dodicesima edizione del “Premio speciale cultura” dell’ ANS Nazionale; la rubrica “Dalla parte dei genitori” dello psicologo Sergio Teglia e infine “Cinema e Società“ della sociologa Patrizia Gherardi.

Giuliano Bruni

Presidente Dipartimento regione Toscana ANS Associazione Nazionale Sociologi, giornalista